giovedì 28 gennaio 2010

Cialtronate d'Italia da "il megafonoquotidiano"

Nota quotidiana
Un paese con un ceto politico di quart'ordine, intento a misurarsi l'ombelico, a badare al proprio tornaconto, alla propria rielezione, alla propria foto sui giornali. Un ceto di destra e di sinistra, impelagato in scandali sessuali, in sparate propagandistiche e sorretto da una stampa compiacente priva di dignità
di Salvatore Cannavò


C'era una volta un paese governato da una precisa classe sociale - la borghesia italiana, tutt'altro che «stracciona» come pretendeva una certa sinistra - che si serviva di un apparato politico tutto sommato competente o comunque professionale. La Dc e il Psi hanno svolto per circa un quarantennio il ruolo che competeva loro, quello che con la formula antica di Lenin si sarebbe potuto, e dovuto, chiamare «comitato d'affari della borghesia». Un termine apparentemente desueto eppure così chiaro e cristallino nelle risultanze di Tangentopoli con quella coda di grandi e medie imprese interessate a finanziare quel partito o quella corrente politica per assicurarsene servigi e favori.
Oggi questo schema è in larga parte saltato per la semplice ragione che un pezzo della borghesia italiana, tramite il berlusconismo, si è messo in proprio e governa direttamente la cosa pubblica. Gran parte dell'anomalia italiana risiede in questa novità. Certo, si tratta di una borghesia anomala, molto parvenu, poco rappresentativa delle grandi famiglie storiche. Però è ben vista da quella media e piccola impresa, che innerva gran parte della produttività italiana, attratta dalla politica della mano libera contro i lavoratori siano essi italiani o immigrati. E così uno schema consolidato e "serio" della democrazia parlamentare, borghese, è saltato e ci troviamo di fronte a un deperimento del personale politico che non è più incaricato di gestire gli affari generali - cioè quelli del capitalismo dominante - ma più prosaicamente si occupa di gestire gli affari propri: beghe giudiziarie, peso nei consigli di amministrazione, ruoli, prebende, poteri e micropoteri. Il berlusconismo ha iniettato questa dimensione particolare nella vita pubblica italiana - che esisteva anche prima ma si presentava all'interno di un quadro di regole condivise e quindi misurabili - rendendola strutturale e, soprattutto, non appannaggio di una parte sola. Siamo passati, insomma, a un regime retto basato sulle cialtronate, esibite con orgoglio, raccontate nei gossip giornalistici, assunte a caposaldo della propria attendibilità.
Le cialtronate di chi occupa la scena politica dal 1994 e in quindici anni di potere reale, tangibile, non ha realizzato nessuna riforma "popolare" e ancora oggi può presentarsi come il "salvatore della patria" (avendo nel frattempo fatto arricchire la propria corte e un ceto sociale ben preciso fatto di evasori, faccendieri, finanzieri e compagnia cantante). Le cialtronate di ministri e sottosegretari improbabili il cui unico scopo è cantare le lodi del padrone e infarcire la propria attività di trovate a effetto, di giochi di prestigio, di provocazioni da baraccone. Come il ministro Brunetta il cui ruolo politico è riassumibile nella "vendetta antiproletaria" e che per mascherare la sua unica vera attività - la criminalizzazione dell'impiegato pubblico - sciorina patacche propagandistiche in attesa di essere riassorbite dalla trovata successiva. Un sistema buono per tenere la prima pagina in un paese in cui la notorietà è garanzia di elezione e in cui l'obiettivo ormai esplicitato è poter mettere le mani su Venezia, riesumando i fasti dei socialisti alla De Michelis. Il nostro, tra l'altro, fa parte di quei socialisti di scarto che per esistere hanno bisogno del pellegrinaggio sulla tomba di Craxi alla corte del quale non erano nemmeno ammessi quando quello esercitava il potere reale. Che dire, ad esempio, del ministro "ombra" degli Esteri - ombra, nel senso che non se ne ha notizia di un'attività tangibile - che sul proprio sito fa pubblicare le foto private in cui lo si vede in vacanza, in Alaska, sulle piste da sci. I dettagli rendono l'idea generale: la conquista dell'incarico pubblico, autorevole e pregiato - un ministero, una Regione, una città - costituisce la meta, il sogno ambito, la propria personale vincita al Lotto. E il resto della popolazione guarda a questo personale politico come a un dio miracolato, dedicando un'attenzione enorme ai privilegi, agli stipendi della casta. che esistevano anche prima, ma costituivano un dettaglio dell'esercizio del potere, mentre oggi divengono la sostanza, la polpa buona, il punto di arrivo. Ce lo immaginiamo Frattini che dalle stanze della Farnesina pensa a quante piste da sci potrà percorrere quest'anno, tra una crisi e l'altra, un terremoto e una guerricciola da cortile. L'elenco potrebbe continuare: con Alfano, il ministro della filastrocca, per cui è più importante l'incastro perfetto delle parole da accordare alla telecamera che il loro contenuto, perfetta eco delle esigenze di chi lo ha promosso; con Mariastella Gelmini, ministra fuoriposto cui hanno dato in consegna un paio di forbici d'oro e che si spreme le meningi per trovare l'eccedenza giusta da eliminare (in genere un insegnante più o meno precario); con suor Maria Carfagna, occhi sbarrati sull'obiettivo per eliminare il passato e voce gentile in cerca di banalità; con la schiera di ministri inutili - la maggior parte rigorosamente maschi, sia chiaro - di cui si sono dimenticati i nomi e i ruoli: Elio Vito, Gianfranco Rotondi, Calderoli, Bossi, la giovane Meloni e così via. Una schiera di parassiti che parlano di cosa pubblica mentre la testa e le mani sono aggrappate al privatissimo tornaconto personale. Magari non rubano, non è questo il punto: il problema è che l'incarico è la meta di una gratificazione da esibire nel partito, in famiglia, tra gli amici e da cui trarre qualche vantaggio per il futuro.
Ma il problema non è solo a destra. Anzi. Non c'è città o Regione governata dal Pd e dal centrosinistra in cui non si siano verificate situazioni analoghe o peggiori. Il caso Marrazzo, il caso Delbono, il malaffare pugliese, l'insipienza di un'intero gruppo dirigente che non ha la testa per guardare avanti ma solo occhi per il proprio ombelico. Il Pd ha impastato il governo con gli affari sporchi a Firenze, Napoli, Reggio Calabria, Bari, Roma, Genova, per citare i più noti; ha dato uno spettacolo pietoso, e penoso, con il caso Marrazzo nel Lazio, continua con Delbono a Bologna mentre a Torino, dove sembra prevalere la buona gestione, organizza contro la popolazione la costruzione della Tav o le grandi opere olimpioniche del 2006. E gli schizzi non risparmiano nemmeno quella sinistra cosiddetta radicale che si è suicidata politicamente accodandosi al carro di governo del Pd e, facendolo, non è riuscita a tenere del tutto le mani pulite. Il gusto della cialtroneria è arrivato fino ai radicali - gelosi nel custodire la propria diversità contro il "regime" - che nel candidare Emma Bonino alla presidenza del Lazio non hanno resistito all'acquolina del voto facile candidandola pure nelle loro liste in Lombardia.
E poi, l'Udc. L'Udc che si allea con destra e sinistra, che riesuma di "due forni" democrastiani, che si allea e non si allea, dice e non dice, che copre Cuffaro e poi lo lascia andare. Le cui gesta non bastano a quella sinistra ex radicale per smarcarsi, recidere alleanze elettorali e posti di privilegio.
Uno spettacolo pietoso, complessivamente segno di un paese corrotto - nel senso umano e politico - alla deriva, incastonato in un occidente che annaspa rispetto alla diversa vitalità economica, sociale e anche politica che dimostra oggi l'Asia lontana o l'America latina. Dal quale sembra salvarsi solo Di Pietro e il suo partito - e questo ne spiega il successo elettorale - anche se, scavando più a fondo, si scoprono appetiti inappagati anche da quelle parti, qualche schizzo di fango, e una leadership solitaria incardinata in una politica monotematica che non ha un respiro lungo.
Non si salva nemmeno la stampa, anzi questa è lo sterile controcanto alla cialtroneria dominante. Che dire di Feltri che può consentirsi di impallinare con il piombo fuso il direttore di un altro giornale per poi ammettere pubblicamente di aver sbagliato senza pagare pegno? O di Libero che invece di informare gioca al tiro al bersaglio su questo o quel personaggio, spesso intralcio per i suoi proprietari. Del Corriere della Sera, retto con grande garbo da un direttore "borghese" e che poi affida il culto del liberismo alle lezioncine servili dei vari Ostellino, Della Loggia o Panebianco; del Tg1 delle fiere paesane di Minzolini, della Rai stracotta dell'inciucio nazionale, della Radio tagliata a fette lunghe quanto le correnti di partito; delle agenzie-pappagallo, delle notizie ripetute ossessivamente ottantanove volte al giorno.
Un quadro funereo, nel quale servirebbe davvero qualcosa d'altro a cui guardare: una stampa davvero libera, un protagonismo sociale, un partito di classe e moderno, una generazione che irrompe e spazza via l'antico. Un'altra dimensione della politica e della vita. Ma questa è un'altra storia e un altro articolo.
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