lunedì 8 aprile 2013

ILVA, un convegno per la nazionalizzazione


di Andrea Martini 7 aprile 2013

Il 6 aprile, si sono prodotti due fatti di cui certamente non parlerà la grande stampa nazionale ma testimoniano la crescente volontà di

Assemblea Irisbus
dare maggiore spessore alla resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori alla crisi e alle operazioni padronali che speculano su di essa. E anche la volontà di costruire convergenze e unità tra la miriade di vertenze disseminate sul territorio il cui limite principale, almeno finora, è stato proprio quello di ignorarsi l’una con l’altra.

Il primo di questi eventi è stata l’assemblea tenutasi il pomeriggio di sabato a Grottaminarda, sede dello stabilimento Irisbus che Marchionne e la Fiat hanno deciso di chiudere circa un anno fa. Lo stabilimento (unico in Italia) produceva autobus per il trasporto pubblico. Nonostante la diffusa necessità di aumentare e rinnovare il parco bus di gran parte delle città del paese, il manager italo-canadese ha pensato bene che questa fabbrica non valesse un centesimo di investimento, ha dismesso il sito e ha spostato la produzione in Francia, gettando così sul lastrico circa 700 famiglie (senza contare quelle dell’indotto) e riaffondando nel sottosviluppo una intera zona (la Valle Ufita) della provincia di Avellino. Tutto ciò, ovviamente, dopo avere intascato ampie sovvenzioni pubbliche al momento della creazione del sito. Di questa assemblea parliamo alla fine di questo articolo.
Poco prima dell’inizio di questa assemblea, al mattino di sabato, nella sala congressi dell’Hotel Delfino di Taranto, si è svolto un interessante e importante incontro promosso dal Forum Diritti Lavoro in collaborazione con la Rete 28 aprile nella Cgil, con l’Unione Sindacale di Base (USB) e con il Comitato No Debito dal titolo “Caso ILVA,. Vogliamo tutto: diritti, nazionalizzazione, risanamento”.

All’incontro nella affollata sala erano presenti più un centinaio di lavoratori dell’ILVA e di cittadine e cittadini di Taranto che hanno seguito e partecipato all’interessante dibattito finalizzato a discutere su come scongiurare quello che è l’obiettivo di governo e padrone: contrapporre diritto al lavoro al diritto alla salute, mettere i lavoratori contro i cittadini, i lavoratori dei diversi reparti (area a caldo, la più inquinante e messa sotto sequestro già da mesi dalla magistratura tarantina) contro quelli dell’area a freddo (ritenuta più compatibile con l’ambiente).

Infatti, il governo, con il decreto legge 207 del 2012 ha annullato le iniziative della magistratura tarantina che ha posto sotto sequestro l’intero reparto a caldo e ne ha bloccato la produzione, rompendo la cappa del sistema di potere instaurato dalla famiglia Riva nella città di Taranto dopo l’acquisizione della fabbrica un tempo a partecipazione statale. I gruppi dirigenti dei sindacati confederali hanno salutato questo decreto legge come una misura utile a garantire il posto di lavoro ai 12.000 dipendenti dell’ILVA. In realtà questo decreto, oltre ad essere una infame autorizzazione a padron Riva di continuare ad inquinare e ad uccidere chi respira le emissioni degli altiforni, è nei fatti anche una copertura alla volontà dell’impresa di proseguire a spremere ancora per qualche anno i dipendenti e l’ambiente tarantino, fino a che gli ormai obsoleti impianti dell’ILVA non saranno più utilizzabili e la fabbrica verrà comunque chiusa.

Durante il convegno, introdotto dall’avvocato Carlo Guglielmi, presidente del Forum Diritti Lavoro, i vari interventi (tra i quali si segnalano quelli di Gaetano Bucci, docente dellUniversità di Bari, di Claudio Argentini, ricercatore dell’Istituto superiore di Sanità, di Mario Agostinelli, ex segretario generale della Cgil lombarda e oggi portavoce dell’associazione “Energiafelice”, di Sergio Bellavita, della Rete 28 aprile, di Fabrizio Tomaselli, dell’USB nazionale, di Francesco Rizzo, coordinatore dell’USB dell’ILVSA) hanno illustrato il carattere anticostituzionale del decreto stesso, oltre a fornire indicazioni sulle soluzioni che potrebbero rendere possibile la conciliazione tra diritto al lavoro e ambiente.

Per tutti gli intervenuti la nazionalizzazione dell’impianto e di tutta la holding oggi proprietà di Riva costituisce la premessa necessaria per qualunque soluzione che salvaguardi insieme lavoro e ambiente.

Peraltro i Riva, debitori per miliardi e miliardi verso la società tarantina e nazionale per i danni causati all’ambiente e alle persone, non dovrebbero poter accampare neanche un presunto diritto ad un indennizzo a fronte dell’esproprio dell’azienda.

Il convegno (che ha visto anche la presenza del fratello di Francesco Zaccaria, il giovane operaio ILVA morto nella cabina della gru quando la fabbrica nel novembre scorso è stata investita da una tromba d’aria) è stato concluso da Franco Russo, a nome degli organizzatori.

Andrea Martini

Irisbus di Grottaminarda (AV), una riuscita assemblea
di Umberto Oreste


L’assemblea del 6 aprile a Grottaminarda in provincia di Avellino, promossa dal Comitato di resistenza operaia della Irisbus e dal Comitato No Debito di Napoli, ha riscosso un grande successo organizzativo e politico. Più di trecento compagne e compagni, provenienti da ogni parte d’Italia, si sono ritrovati a discutere su come estendere il conflitto sociale, riaprire le fabbriche in crisi, creare posti di lavoro.

Già il numero enorme di adesioni all’appello lanciato dagli operai dell’IRISBUS, di comitati di lotta, di personalità della politica e della cultura, di esperienze di sindacalismo conflittuale, preannunciava la riuscita dell’iniziativa. Certo solo alcune delle vertenze aderenti sono state fisicamente presenti, date le difficoltà logistiche ed economiche: impossibile ricordarle tutte: basti citare la Ginori, la RIMaflow, la Marcegaglia Buildtech, la ExEsplanaSud, la Bosh di Bari, la Ergon, i cassaintegrati dell’Alitalia, le aziende partecipate della Regione Campania, gli operai della Fiat di Pomigliano, Termoli, Cassino.

Il dibattito protrattosi per circa quattro ore, con più di trenta interventi da situazioni di lotta, non è riuscito a permettere di intervenire a tutti coloro che lo avrebbero voluto. Ma bisogna sottolineare soprattutto gli aspetti politici dell’iniziativa: tanti lavoratori protagonisti di vertenze diverse hanno avuto la possibilità di incontrarsi, tessere relazioni orizzontali, accordarsi su percorsi comuni. Estremamente positivo l’incontro degli operai con il movimento dei migranti che ha annunciato una mobilitazione di massa a Napoli insieme ai disoccupati, ai precari, agli studenti sui temi del lavoro e del reddito. Dato questo che indica che il conflitto di fabbrica si incontra con il conflitto sociale.

Certo la strada da percorrere non è semplice né breve: la spinta promossa dall’assemblea di Grottaminarda può esaurirsi presto se tutte le componenti aderenti all’appello non costruiscono insieme un percorso di proiezione esterna con una campagna sul rifiuto del fiscal compact e del pagamento del debito, vero nodo della crisi che attraversiamo. L’assemblea si è proposta di approfondire in un tavolo permanente misure concrete per la riapertura dell’Irisbus e delle altre fabbriche in crisi, mettendo in rete progetti ed esperienze.

Nell’immediato tutti hanno convenuto nel sostegno alla manifestazione lanciata dai migranti il 19 aprile sotto la sede del consiglio della regione Campania.


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domenica 24 marzo 2013

Brescia capitale mondiale delle diossine. Aumentano i tumori, anche quelli infantili

Brescia capitale mondiale delle diossine. La drammatica rivelazione riguarda la concentrazione di diossine e Pcb nel sangue dei bresciani: se la concentrazione media a livello mondiale è di 13,2 picogrammi per grammo di grasso, nel sangue di chi risiede in città il valore sale a 54, quattro volte la media mondiale. E il dato è ancora più preoccupante se si guarda a chi vive o ha vissuto nell´area Caffaro: coloro che sono stati esposti all´inquinamento della zona hanno un valore di 82 picogrammi, mentre per chi ha consumato i generi alimentari che venivano prodotti nelle fattorie della Caffaro schizza a 419.

Questi dati sono stati presentati nel corso del convegno «Brutta storia: i tumori aumentano», organizzato dal Comitato per l´ambiente Brescia sud e tenutosi ieri sera nella sala della circoscrizione di via Livorno. Al dibattito hanno preso parte Fulvio Porta, primario dell´Unità di oncoematologia pediatrica dell´Ospedale dei bambini di Brescia e Marino Ruzzenenti, studioso di storia industriale e ambientale. Davanti a un pubblico molto nutrito, i due hanno tracciato un quadro estremamente preoccupante della situazione ecologica bresciana, una vera a propria «bomba» pronta a esplodere. Anzi, che già è esplosa, anche se rimane sottaciuta, senza che i bresciani conoscano davvero i danni provocati dall´inquinamento, in particolar modo del´area Caffaro.

UN DATO È CERTO: i tumori stanno aumentando. Parola di Porta, che è anche presidente dell´Associazione italiana di Ematologia e Oncologia pediatrica:
«La fortuna del nostro Paese è che l´assistenza medica è gratuita, non ci sono invidie tra gli ospedali e c´è collaborazione tra i centri di ricerca.
Siamo diventati bravi a curare le malattie, ma il problema vero è che la gente e i bambini non dovrebbero ammalarsi». Fortunatamente, ha sottolineato Porta, i tumori infantili sono rari, e colpiscono «solo» 50-60 bambini
all´anno: «Sono malattie rare, ma mortali se non vengono curate nel modo corretto. Il problema grosso è avere una rete che riesca a diagnosticare correttamente la malattia. Siamo aiutati dai protocolli di diagnosi e terapia che abbiamo sviluppato e che sono uguali per tutti i bambini».

La bella notizia è che il 70 per cento dei bambini guarisce, perché reagiscono meglio alle terapie. Ma le malattie sono cambiate: «Negli ultimi anni sono cambiati i tipi di tumori: c´è stato un forte aumento dei tumori ossei e cerebrali». Brescia città è uno dei siti italiani in cui questo ampliamento è avvenuto in percentuali maggiori, e lo stesso vale per la Franciacorta. Ma è tutta l´Italia a vedere aumentare pericolosamente i tumori infantili, più che tutti gli altri Paesi europei: «Ma la cosa più grave è che l´incremento riguarda soprattutto i bambini sotto l´anno di vita, con una crescita dei tumori del 3,2 per cento», ha notato Porta, prima di lanciare un altro allarme: «Ciò che respiriamo resta dentro di noi, e potrebbe cambiare il nostro codice genetico. C´è il rischio che l´inquinamento ambientale modifichi il nostro Dna, e che si possa trasmettere ai propri figli».

RUZZENENTI ha trattato soprattutto il caso Caffaro, comparandolo con l´Ilva di Taranto e l´Icmesa di Seveso.

«A Brescia non c´è ancora la consapevolezza dell´inquinamento del sito, che ha coinvolto tutti i bresciani. L´inquinamento è iniziato ottanta anni fa, trent´anni fa è terminata la produzione ma la contaminazione è continuata fino all´inizio del Duemila, e forse prosegue anche oggi», ha spiegato Ruzzenenti, prima di illustrare i dati relativi alla concentrazione di Pcb e diossine nel terreno.

I dati non lasciano spazi a repliche. Al di fuori dell´Ilva di Taranto ci sono 458 microgrammi Teq per metro quadrato di Pcb, nell´area della Caffaro sono 6.300; per quanto riguarda la diossina, a Taranto ci sono dieci microgrammi Teq per metro quadrato, a Brescia 3.300. Nel sangue umano, la concentrazione di Pcb e diossine è di 46,7 pgTeq/g nei coltivatori vicini all´area dell´Ilva, mentre nei bresciani che non vivono nel sito della Caffaro è di 54 pgTeq/g. Valori molto superiori anche alle aree più inquinate di Stati Uniti e Francia.



LA PRESENZA DI diossine è preoccupante anche per quanto riguarda il latte materno. Ruzzenenti ha parlato del caso di una mamma nel cui latte erano contenuti 147 picogrammi, livello estremamente allarmante: «A questa signora nessuno ha mai detto che il suo latte era contaminato a quei livelli: quel bambino ha assorbito una dose di diossine 441 volte oltre il limite», ha spiegato. Ruzzenenti ha poi attaccato l´inceneritore - «Non serve a nulla, chiudiamolo» -, e la mancata erogazione di fondi per la bonifica della Caffaro.

articolo di Manuel Venturi da Bresciaoggi 15 marzo 2013

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mercoledì 20 febbraio 2013

5 STELLE - politica - A Parma Pizzarotti vede le stelle

19.02.2013 foto Paolo Poce/Emblema (da Il Manifesto)
Giancarlo Bocchi
Sconfitta sull'inceneritore, alle prese con un buco da 870 milioni, la giunta grillina comincia a vacillare. Anche per la continuità con il «sistema» precedente

La caporetto del movimento 5 stelle di Beppe Grillo si chiama Paip, acronimo di «Polo ambientale integrato di Parma». È il nuovo inceneritore cittadino, sulla cui eliminazione i grillini avevano basato la loro campagna elettorale e che invece sta mettendo fortemente in crisi la credibilità del movimento. Avevano promesso che lo avrebbero bloccato. Invece il Paip entrerà regolarmente in funzione tra qualche settimana, dimostrando che dai proclami ai fatti ce ne passa.
Questa «caporetto» è diventata una questione nazionale, che per tanti motivi può far perdere la faccia all'intero movimento, se il conducator in persona, Beppe Grillo, qualche giorno fa nella città emiliana, in un comizio ha riacceso le speranze dei suoi assicurando: sarà «la Corte di Cassazione!» a bloccare l'inceneritore.
Alla vigilia delle politiche non è solo la disfatta del Paip che ha messo in allarme il comico genovese. Tutta la gestione della città emiliana del sindaco grillino Federico Pizzarotti fa acqua.
È pure emersa un'oscura convergenza d'interessi tra l'associazione grillina Gcr, che da anni si batteva contro l'inceneritore, e Luigi Giuseppe Villani, ras del centro-destra e vicepresidente dell'Iren, la società proprietaria dell'inceneritore stesso. Dopo il recente arresto per peculato e corruzione di Villani e dell'ex sindaco di Parma Pietro Vignali, da intercettazioni risalenti addirittura all'ottobre del 2010 è emerso che per questioni elettorali i due erano anche loro favorevoli a bloccare i lavori dell'inceneritore. Per questo avrebbero appoggiato le battaglie dell'associazione Gcr, dove militavano
l'attuale vicesindaco Nicoletta Paci e l'assessore all'ambiente Gabriele Folli.
In questi giorni due avvocati, Arrigo Allegri e Pietro De Angelis, in prima fila nelle lotte ambientaliste e paesaggiste, hanno inviato a Pizzarotti una lettera di diffida intimandogli di intervenire e di mettere i sigilli al termovalorizzatore entro 60 giorni. Secondo i due legali il permesso di costruzione del termovalorizzatore sarebbe scaduto e l'opera sarebbe abusiva.
Perché allora un sindaco che ha costruito la sua fortuna elettorale sulla «morte» del termovalorizzatore sembrerebbe ora tergiversare e temporeggiare? I rapporti con i «poteri forti» sono complessi e l'eredità lasciata dalla precedente giunta di centro-destra è oggettivamente pesantissima: 870 milioni di debiti. Non a caso Pizzarotti ha scelto come suo «Richelieu» e assessore al bilancio Gino Capelli, esperto in curatele fallimentari.

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domenica 17 febbraio 2013

One Billion Rising, un'occasione persa (in movimento)

Nadia De Mond Paola De Nigris  (da Il megafono quotidiano)

Il 14 febbraio migliaia di donne in tutto il mondo hanno accolto l'invito della scrittrice Eve Ensler scendendo in piazza contro la violenza sulle donne, ma in Italia la voglia di far sentire la propria voce è stata venduta alla logica della campagna elettorale.

Il 14 febbraio 2013 migliaia di donne in Italia e in tutto il mondo hanno accolto l'invito della scrittrice Eve Ensler e sono scese in piazza contro la violenza sulle donne. Milioni di persone hanno ballato sulle note di “Break the chain” (canzone scritta per l'occorrenza dall'autrice dei “Monologhi della Vagina”), hanno indossato un indumento rosso per denunciare che la prima causa di morte per una donna è la violenza domestica, quella perpetuata dal coniuge, dal padre, dal fratello, dal ex, da un famigliare che si sente arrogato del diritto di picchiare, stuprare e uccidere la propria moglie, figlia, sorella, fidanzata, compagna, amica. I dati della giornata di ieri sono altissimi e incoraggianti: in oltre 200 paesi nel mondo, più di 5000 associazioni, hanno partecipato al flash mob One Billion Rising, gridando Ora basta!

Nel nostro paese il principale promotore dell'evento è stato “Se non ora quando”, il cartello di donne nato per la manifestazione del 13 febbraio 2011, indignato per il modello di donna promosso dalle azioni dell'allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Se due anni fa ci eravamo opposte alla logica di Snoq che, in nome dell’antiberlusconismo, proponeva una retorica di divisione delle donne in sante e puttane, in brave mogli e figlie e complici, e avevamo creato spezzoni di cortei radicalmente antipatriarcali, anche questo 14 febbraio non ci ha convinto, per il modo in cui si è realizzato.
Il One Billion Rising, in Italia, è caduto a 10 giorni dalle elezioni politiche e, purtroppo, spesso non è stata altro che una delle tante tappe della campagna elettorale. Tanti sono stati i politici presenti nelle piazze del flash mob il 14 febbraio e chi non c'era si è preoccupato di fare dichiarazioni su quanto fosse importante il tema nel loro programma, impegnandosi, quando verrà eletto, a promuovere un processo culturale in grado di combattere la violenza degli uomini sulle donne. Ma cosa hanno fatto negli ultimi anni per promuovere politiche che andassero in questa direzione?
Quelli che oggi si scontrano in campagna elettorale, ieri, in modo unanime, hanno votato politiche che andavano nella direzione opposta alle dichiarazioni elettorali: nel 2011 è stato varato un taglio di 18 milioni di euro ai centri antiviolenza; nel 2012 la “Spending Review” ha tagliato 26 miliardi di euro alla Pubblica Amministrazione, comportando un blocco nelle assunzioni in un settore dove il 63% del personale è al femminile e tagli a gli enti locali, principali erogatori di servizi; sempre nello scorso anno il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali è stato di fatto cancellato, finanziato con soli 44,6 milioni di euro, una riduzione di ben 884,7 milioni in due anni, mentre nel 2011 era già stato abolito il Fondo Nazionale per la non Autosufficienza. Oltre alle manovre strettamente economiche l'occupazione femminile si arresta al 46,8% e, invece di promuove una politica volta al superamento del gap di genere esistente, le linee vigenti propongono un modello di donna sospesa tra il mercato del lavoro e la cura: il Piano Italia 2020 incentiva il lavoro part time per le giovani così da permettere loro di contribuire all'economia famigliare e reggere sulle loro spalle tutto il lavoro di cura, ove non bastasse ci sono sempre le badanti.
Le scelte fatte in nome della salvaguardia dell'economia nazionale colpiscono le donne e la loro capacità di emancipazione economica e sociale e non permettono a una donna vittima di violenza di poter costruire un futuro autonomo dal suo aguzzino, perchè è da lui che dipende economicamente. Se si volesse realmente combattere la violenza contro le donne e costruire una cultura differente si dovrebbe partire dal finanziamento alla scuola e non dalla sua distruzione come è accaduto negli ultimi anni; dalla promozione di un modello di welfare basato sulla persona e non sulla famiglia, dando per scontato che ci sia sempre qualcuna disposta a farlo al posto dello Stato; dal ripensamento di una politica del lavoro in grado di tutelare la lavoratrice dai continui ricatti a cui oggi è sottoposta e non attaccando diritti e promuovendo precarietà, come accade oggi.
Il 14 febbraio 2013 si è persa un'occasione in Italia, la rabbia e la voglia di far sentire la propria voce di tante donne è stata venduta alla logica mediatica della campagna elettorale. Le protagoniste di quella giornata sono state oscurate dai soliti volti noti che hanno detto loro: scendete in piazza, manifestate e poi andate a votare chi, però, non è mai stato dalla parte delle donne, ieri come domani.


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giovedì 14 febbraio 2013

A sarà düra

Felice Mometti

Nel libro sul movimento No Tav curato dal centro sociale Askatasuna, non ci si ferma al racconto ma si va in profondità per ricercarne identità e strategia. Serve però una riflessione più di fondo sulle forme e gli strumenti dell'autorganizzazione dell'odierna composizione di classe.

A sarà düra, Storie di vita e di militanza notav, a cura del Centro sociale Askatasuna (DeriveApprodi, 2013) è un libro utile e importante. Non è la semplice radiografia di un movimento desunta dalle interviste di rito ai protagonisti. E' la proposta di un metodo, di un punto di riferimento, di un immaginario per un nuovo agire sociale e politico. Non ci si ferma alla rappresentazione del movimento No Tav, si va in profondità a ricercare le ragioni ultime, irriducibili, che ne definiscono l'identità e la strategia. In cui si combinano scelte di vita, storie di militanza, rapporti di forza con l'avversario, costruzione di comunità, diffusione delle pratiche di lotta. Non si propongono certezze ma "solo prime ipotesi tutte da confrontare e ripensare".

Un approccio che permette al tempo stesso condivisione, dialogo e critica. Il testo è articolato grosso modo in tre parti: la metodologia, le interviste, la teoria. Non è il solito schema rigido che riproduce una supposta linearità tra teoria-prassi-teoria, spesso ridotto a costruire ( o immaginare ) una prassi orientata a giustificare una teoria. Nel caso in questione, invece, si assumono i rischi della verifica sul campo dei soggetti e dei processi. Nel libro c'è indubbiamente, e non poteva essere altrimenti, un retroterra teorico che ne costituisce la struttura e, se così si può dire, l'ambito da cui vengono generate le categorie interpretative messe all'opera. E' un sostrato teorico in cui si vuol far interagire l'elaborazione di Romano Alquati su conricerca e soggettività, la Teoria del partigiano di Carl Schmitt e l'analisi dei movimenti sociali proposta da Alain Touraine. Un'impresa non facile, non tanto per "l'eterogeneità" dei riferimenti, ma per la difficoltà nella traduzione odierna di campi di ricerca riferiti a una composizione di classe di movimenti sociali e operai che hanno esaurito la loro spinta politica e quindi non riproducibili.
Il movimento No Tav ha attraversato diverse stagioni politiche, ha rappresentato in certi periodi il punto di coagulo delle opposizioni sociali. Ha costituito il "modello implicito" di altre resistenze ed ha costretto gli apparati dello Stato - dalla magistratura, all'amministrazione, alla polizia - a riorganizzarsi e ridefinirsi per poter affrontare un'opposizione con un forte radicamento sociale e territoriale. Quindi più che una disamina del libro, misurando gli elementi condivisi e i punti di divergenza, è senz'altro più interessante vederne alcuni snodi problematici, alcune oscillazioni e ambivalenze.
Nell'introduzione metodologica si sottolinea la differenza tra inchiesta e conricerca nei metodi, negli scopi e nei linguaggi. La prima produce la conoscenza dei soggetti che sono parte del conflitto, la seconda forma soggettività e definisce la progettualità. Una differenza che, nell'articolazione del ragionamento, diventa distinzione ed a volte evoca una separazione. Se la soggettività, riprendendo la definizione di Alquati, è un " sistema caratterizzato da storicità e socialità e quindi che evolve processualmente", la distinzione in due momenti dell'inchiesta e della conricerca corre il rischio di non cogliere fino in fondo le caratteristiche del processo di soggettivazione. Un processo che nel libro, sia nella parte metodologica che analitica, viene descritto lungo una sequenza quasi lineare tra radicamento territoriale, produzione di comunità e conflittualità irriducibile del movimento No Tav. Dove il rapporto tra territorio e comunità viene individuato come asse centrale della radicalità e delle continuità del movimento. Ora, i due concetti di territorio e comunità diventano altamente problematici se non sono chiaramente connessi rispettivamente alle contraddizioni, e alla crisi, dell'attuale modello di accumulazione capitalistica e alla dinamica di uno specifico movimento di classe. L'analogia che viene proposta tra uno dei capisaldi della tradizione operaista, la relazione tra composizione tecnica e politica di classe, e le definizioni di Marx di classe in sè e classe per sè non risolve il problema. Si rimane a mezz'aria, oscillando tra una concezione determinista - l'accumulazione progressiva di forza sociale tende a tramutarsi in radicalità politica - e un'impostazione al limite del problem solving: gerarchizzare i fini da perseguire, le variabili che si presentano nell'azione di movimento e quindi anche i soggetti ?
La questione della collocazione e del ruolo dei militanti politici nel movimento è posta avendo ben presente tutti i guasti provocati dai ceti politici istituzionali, dai meccanismi della rappresentanza, dalla sottovalutazione della necessaria pluralità politica e sociale del movimento. Giustamente si criticano sia una concezione astratta delle cosiddette avanguardie che sono sempre già formate e pronte a dirigere il conflitto che una rappresentazione del movimento come una sommatoria di tanti antagonismi individuali o di piccolo gruppo. Si sceglie un posizionamento intermedio che permette di "salire" nei momenti di maggior conflitto e "scendere" nei momenti di stasi e di mediazione. Questo implica una maggior definizione del rapporto che oggi esiste tra spontaneità e organizzazione dove non è sufficiente presentare i due termini come complementari. Qui una riflessione non semplice sulle forme e gli strumenti dell'autorganizzazione dell'odierna composizione di classe riguarda tutti e le risposte non sono a portata di mano.
Combinare processi di soggettivazione e pratiche di democrazia diretta è il problema che ci sta davanti che non permette scorciatoie.
L'ultimo paragrafo di A sarà düra è intitolato Conflitti a venire. C'è la consapevolezza del rischio dell'isolamento, delle illusioni di coloro che vedono l'espansione del movimento No Tav mediante l'imitazione della Val Susa. Il libro interpella tutti i soggetti che si battono contro il domino capitalista e probabilmente per dare un contributo alla più che mai necessaria ricomposizione sociale delle resistenze bisogna tradurre e "tradire", con altre forme e altri percorsi, l'esperienza del movimento No Tav della Val Susa.


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