Salvatore Cannavò
Restare Umani. Era l’esortazione con cui concludeva, per settimane e settimane, le suecorrispondenze da Gaza, durante l’operazione Piombo fuso di dicembre 2008-gennaio 2009 con cui Israele bombardò Gaza. Vittorio Arrigoni era l’unico corrispondente italiano rimasto là, sotto le bombe, tra la guerra, e le sue cronache quotidiane, pubblicate dal Manifesto, sono state utilizzate dall’intero mainstream informativo, televisioni comprese. Ora Arrigoni è stato ucciso, barbaramente, da un gruppo di terroristi salafiti legati ad Al qaeda. Inutile il tentativo di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, di liberarlo con un blitz. La sua morte darà vita a una quantità incredibile di spiegazioni, commenti, speculazioni. Ma a noi fa venire in mente la morte di altri pacifisti, Rachel Corrie nei Territori occupati o Enzo Baldoni in Iraq – trattato come un malato di mente dai giornali della destra – in genere dimenticati dopo pochi giorni, per i quali non ci sono lapidi o monumenti né lutti nazionali. Persone uccise non per colpa del loro capriccio di voler guardare in diretta la guerra, ma perché colpiti nel loro impegno, nella loro dedizione spesso portata a livelli per noi impensabili. Arrigoni viveva a Gaza da molto tempo, era impegnato nell’International Solidarity Movement che, con mezzi non violenti, si batte contro l’occupazione militare israeliana. Era impegnato nella protezione dei contadini del nord della Striscia che cercano di difendere la loro terra dalle espropriazioni “per motivi di sicurezza” oppure nell’accompagnamento delle barche di pescatori a cui la Marina israeliana impedisce l’uscita in mare, manteneva una relazione quotidiana con i palestinesi, era molto rispettato e lo dimostra anche la sollecitudine con cui sia l‘Anp che Hamas si sono mosse per la sua liberazione. Purtroppo, inutilmente. La sua morte smentisce l’equazione che ci siamo sentiti ripetere da quando la “guerra di civiltà” è cominciata dopo quell’11 settembre del 2001: che i pacifisti siano complici, soggettivi o oggettivi, dei terroristi, che la loro battaglia da “anime belle” sia destinata a rafforzare coloro che minacciano l’occidente. Purtroppo, spesso, i pacifisti vengono uccisi dai terroristi, come è capitato a Vittorio Arrigoni. E la sua morte è destinata a lanciare un messaggio esplicito: non venite, non impegnatevi, non crediate di poter migliorare la vita di Gaza o di tutti quei territori in preda alla barbarie della guerra. Questa morte sarà utilizzata ancora contro i palestinesi e rafforzerà i vari partiti della guerra, gli estremismi che si fronteggiano in campo e che non vogliono che in mezzo si frapponga alcunché: né dialogo, né diplomazia, né cooperazione solidale. Questo è il messaggio truce che viene inviato al mondo. Eppure, Arrigoni invitata tutti noi a Restare Umani. E restare umani può significare solo non voltare lo sguardo e non arrendersi alla logica della guerra.
sabato 16 aprile 2011
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